CARTONGESSO. Lettera all’autore Francesco Maino


di Valentina Formisano

Ho riso quando proprio non c’era da ridere.
Poi ho perduto una lacrima nel mentre che ridevo, su quello scontrino strappato dalla taglierina del ricevitore di cassa delicatamente, dal commesso romeno, e riposto nella busta della magra spesa fatta nell’ultima botteguccia di paese rimasta.
Ho pensato a Gasper, il corriere albanese di Bartolini che mi consegnava i colli Mondadori tutti i giorni in libreria…ai suoi modi dolci, alla mestizia. Mi sono commossa per questo saper guardare l’umana disumanità, che anche io, nella pena connaturata all’essere commessa, cerco di trattare i clienti con una grazia che non meritano, con l’amore maternale verso dei figli ingrati, perché alla fine della giornata possano portarsi a letto un’attenzione gratuita da parte di qualcuno a caso.
Cartongesso è un libro straordinario.

È facile inveire contro il sistema, niente di nuovo dunque, niente di mai sentito dal punto di vista dei contenuti. Lo abbiamo visto soprattutto nei film un po’ come una moda negli ultimi tempi, ma Michele Tessari è un personaggio tragico di un’epica minore che in letteratura non avevo ancora mai incontrato.
In una realtà tra le righe, vivacchia questo essere debole nel corpo ma forte nella lucidità. Si dice bipolare, eppure mi pare più solido di me, di voi, di noi tutti.
Un avvocato di
Venessia. C’è tutto questo linguaggio parlato, non letterario, che anche i più autorevoli tra i mostri senza faccia di questo libro, masticano impunemente nei luoghi dove si celebra la legge. La “giustizia”, quella, è un’altra faccenda.
Sono uomini grotteschi. Sono come i dipinti di Francis Bacon: toghe senza faccia o con le fauci spalancate. Sangue e marciume nelle loro viscere esposte e ben agghindate da completi sartoriali o tonache per celebrazioni laiche. Tessari stesso è un personaggio squartato, fatto di pennellate violente e disgustose, ma è l’unico ad avere un volto. Non dico un volto umano, ma
un volto, là, dove gli altri sono solo ghigni e grottesche smorfie di lussuria.
Senza pietà per sé e per nessuno egli racconta un Veneto dei nostri tempi, un Veneto rurale divenuto area edificabile ed edificata da contadini con la faccia da porco, come uomini in giacca e cravatta che avessero appena concluso la scannatura del maiale nella precedente generazione e se ne fossero ornati il capo, a gesto glorioso, mentre colate di cemento e speculazione edilizia gli gonfiavano il ventre. Il passaggio dal maiale al maiale in meno di due generazioni.
Ma ciò che appare straordinario in questo libro è il
fiume. Non il Piave tanto amato ma l’onda di fango che scende a valle inesorabile (come la distruzione della diga auspicata dal protagonista che invece non esplode), un’ondata di parole, un discorso che avuto un inizio, si racconta senza fine, senza pause né punti, senza mai andare a capo, come in un ininterrotto flusso di pensiero di un pazzo che sottovoce pianifica e dispiega il proprio delirio affinché sia più chiaro anche a se stesso, perché possa lui con noi trovare le giustificazioni in un male effettivo che esiste veramente all’esterno di sé e che dunque non sia imputabile solo a quella tara mentale, al difetto di fabbrica (o piuttosto difetto sopraggiunto per via dell’inquinamento ambientale o a causa delle malattie portate dai roditori che infestano gli scantinati di ogni tribunale della Serenissima). Ed è forse solo in questo che si riconosce in Tessari il disturbo mentale, l’inadeguatezza, la fulgida lucidità che conduce inesorabilmente alla follia.
In quelle parole senza riposo, senza pause, si cade giù come il franare, e mi sembra tutto perfetto, non un solo affanno di stanchezza, non un periodo che si percepisca come esagerato (quando è tutto assolutamente esagerato), non un solo istante in cui si desideri scendere dalla giostra, o meglio, uscire dal frullatore che ci maciullerà senza ritegno, senza pietà per nessuno: macellatori e maciullati tutti nello stesso immondo boccale, sparpagliati, schizzati via, a compromettere il suolo ormai infertile di una terra depressa, sotto il livello del mare, sotto una coltre di nebbia, coperta da capannoni di altezze smisurate.

Ho amato alcuni pezzetti di Veneto. Ho un ricordo invernale di Vicenza, di Venezia e poco altro. Un legame affettivo in quei posti e ho immaginato quegli uomini e quei bar, quegli spritz con le noccioline, le femmine troie, i SUV, le strade che si allontanano dalle architetture davvero commoventi verso il nulla della periferia industriale. I negri, i romeni, la lingua storpia che non è appannaggio esclusivo dei cafoni del sud ma dei cafoni di tutto il mondo.
Ho visto
la casa B di Michele Tessari in una serie di condomìni in cui andavamo a trovare un amico di mio zio. Ho visto i treni verso Venezia e il biglietto di andata e ritorno.
Ho sentito l’umidità della pianura.

I nomi fastidiosi, la fame pantagruelica che sporca i doppiopetto di sugo alla sagra paesana, le rughe tirate, le cosce esibite, le frazioni e i paesi, le assicurazioni, le fatture insolute, le sbarre e i detenuti, i secondini terroni, l’amore appannato, gli uomini che han fatto la
Legge, un vestiario inadeguato.
Insaponata sul Piave.

Avrei voluto prendere questo libro un paio di anni fa, quando tu, l’autore rivelazione Francesco Maino pubblicato da Einaudi venisti a Macerata a presentarlo e io, con trenta copie rilegate nuove nuove, me ne stavo al banchetto di Del Monte (la libreria per cui lavoravo) per venderle a chi desiderava farsele autografare. Ne lessi pochissime righe mentre gelavo fuori dalla sala del Cineteatro Italia, ormai chiuso, le prime, non tra le più belle del libro, ma mi ossessionò l’idea che quello che c’era dentro non me lo sarei potuto perdere.
Avevo ragione.
Mi era bastata una sensazione, un linguaggio evidentemente fuori dal comune, i numeri prima in lettere e poi in cifre, tra parentesi, e una copertina straordinaria in cui campeggiano le cose più belle del Veneto: l’architettura, il verderame, l’umidità e il vuoto. Bianco.


Volevo pertanto ringraziarti dello sforzo letterario. Un’urgenza non breve che da come si legge dall’appendice al libro, è stata lunga un decennio. Un’urgenza che diviene anche la mia, di leggere, di fare un viaggio in una cosa che conosco (il ricordo offuscato del Veneto) e di dibattermi tra le parole. Queste lame affilate, bisturi che tagliuzzano e che ricerco in ogni libro, che raramente incontro, che lo stile mi pare l’unico parametro di scelta, il solo termine di paragone tra ciò che è e ciò che non è degno di essere letto. L’ho consumato con foga, con la stessa velocità con cui Michele Tessari sciorinava i suoi pensieri. Poi è venuto il terremoto qui. La mattina del 30 ottobre 2016, quando sotto una scossa di oltre sei gradi la mia casa ha iniziato a vomitare oggetti dalle mensole e dai mobili, le cose hanno iniziato a rompersi, e la gente nel palazzo a gridare, sono fuggita scalza e col pigiama. Appena dopo sono ritornata in casa per prendere una coperta e i documenti, le cose importanti, un paio di stivali. Poi ho preso il tuo libro dal comodino. Capisci? Io no, non lo capisco. So che l’ho tenuto per tutta la settimana in borsa, insieme alle cose atte alla sopravvivenza, mentre me ne stavo in auto o per strada. Ho dormito in una palestra in mezzo ad altra gente e nonostante desiderassi continuare a leggere per recuperare una dimensione privata, di “normalità”, ho avuto la mente incapace a concentrarsi.
Ieri finalmente ho potuto finirlo (peccato). Adesso ascolto i Marlene Kuntz e ho un gran mal di testa. Comincerò a leggere un libro nuovo. Speriamo sia bello.





Urbisaglia, 14 novembre 2016
Ore 00:27

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