11 settembre 2015

DITTICO

di David Miliozzi


Dittico è un dialogo serrato tra due artisti di generazioni diverse: Franko B, le cui opere dalla fine degli anni ’80 ad oggi hanno fatto e continuano a fare la storia dell’arte contemporanea e Michele Carbonari, pittore che con costanza si interroga sul rapporto segno/superfice, scandagliando le abissali profondità del supporto e le sue ineluttabili superficialità.
Franko ci presenta una serie di fogli A2 cuciti con filo di cotone e lana della serie Woof Woof e Carbonari una sorta di mini antologia che arriva fino alle ultimissime produzioni in ferro. Tanti materiali, tanti temi trattati, e un’unica grande domanda sulla contemporaneità, una domanda che ci chiede di fermarci a riflettere sulla sensatezza dei nostri tentativi esistenziali. L’attività di Franko può essere sommariamente divisa in due grandi momenti: il momento della performance, vulcanico, espressivo fino all’esaurimento delle forze, e il momento dell’opera/oggetto, silenzioso e rigenerante; la tela, lo specchio o in questo caso il foglio A2, non sono altro che luoghi di riflessione, di concentrazione, in cui l’artista si ricarica e ritrova il senso del suo stesso fare. In entrambi i momenti la voce interiore dell’artista resta immutata, poco importa se Franko faccia una performance in guantoni o cucia il cotone, in lui il gesto si fa sentimento e pensiero, lucido e coraggioso, i suoi lavori non hanno mai paura di mordere la realtà, che è sempre oscena. Ogni tratto cucito è un tentativo di curare la ferita, la ferita che ogni uomo ha, unica, intima, più o meno profonda, la nostra ferita. Franko sembra volerci ricordare che noi siamo le nostre ferite e allo stesso tempo il tentativo di curarle. Alcuni pezzi sono figurativi, vedi il boy raccolto nel dolore a un angolo del mondo, lo splendido cavallo di profilo, o i ragazzi che ci offrono la loro nudità come affermazione di identità; in altri il lavoro si assottiglia, una casa diventa quattro linee che si intersecano, una testa un cerchio, si avanza per sottrazioni finché i segni si riducono a una linea verticale che rimanda al taglio di Fontana e a concetti intra-spaziali. Questi lavori, anche quelli che premono sull’acceleratore dell’espressività, sono sempre rigorosi, essenziali, eppure basterebbe girarli per scoprire la trama districata e informale che li ha generati. Carbonari ci accoglie con un lavoro di ormai qualche anno fa, un’estasi incisa su ferro, raschiata e annerita, un’estasi sporca e terrena, inchiodata a terra, che chiede al visitatore di salire le scale al suo posto poiché lei, consumata da lussurie barocche non è più in grado di ricongiungersi con l’altissimo. Il percorso artistico si sviluppa al piano superiore dove una massa indistinta di donne con velo avanza; una grande tela nera che attraverso un atto tellurico indaga l’identità umana, fragile e oscura. Solo attraverso sacrifici e dubbi diventa linguaggio pensato, dizionario che domanda il senso delle parole e quindi di noi. Carbonari sembra chiederci dove comincia la nostra umanità e risponderci che proprio nel momento in cui ci si interroga si diventa umani. Al centro della parete campeggia una tela bianca in cui è dipinto un pannello bianco poggiato a una parete, metalinguaggio da cortocircuito che indaga lo spazio e il rapporto tra realtà e finzione. Colpisce di Carbonari la fatale attrazione figurativa, che in modo più o meno velato compare e scompare in ogni lavoro. La tela successiva in cui è dipinta una sedia elegante e quasi angelica, ci ricorda che lo spazio è un insieme di linee/vettori che ci guidano più o meno razionalmente verso direzioni quasi sempre in contraddizione con la nostra volontà. I lavori in ferro concludono il percorso, processi di costruzione dello spazio e spazi attraverso cui si costruiscono immagini. Così il supporto stesso diventa opera e, parafrasando McLuhan, il medium diventa messaggio; il ferro leggerezza, l’essenziale icasticità. Carbonari è un artista post concettuale, apparentemente distante dal fare istintivo di Franko, che a mio avviso è il capostipite degli Iper-espressivi. Ma a ben guardare questi due artisti sono uniti da un romanticismo d’altri tempi, lottano contro il mondo in cui vivono e lo amano da morire, ci interrogano con sorprendente semplicità sulla possibilità di un nuovo modo di fare arte, in cui la sensibilità politica si fa sottile, quasi invisibile, e sguscia via sotto ognuno di questi lavori, sincera e feroce.   David Miliozzi

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